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Global Citizen

“Global Citizen: The Architecture of Moshe Safdie”

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La mostra “Global Citizen: The Architecture of Moshe Safdie”, ideata da Donald Albrecht che ne è anche curatore, è aperta allo Skirball Cultural Center di Los Angeles fino al 2 marzo, e coincide con l’imponente inaugurazione dell’ultima addizione di Safdie allo Skirball, progetto da lui ampliato in quattro fasi a partire dal 1994.

“Global Citizen” ha debuttato nel 2010 alla National Gallery of Canada di Ottawa, anch’essa progettata da Safdie, ma nel corso di tre anni il corpus delle opere da esporre e il racconto da articolare non hanno fatto che diventare più complicati a mano a mano che Safdie completava nuovi progetti.

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La mostra è suddivisa geograficamente; Israele, Canada, Stati Uniti (con un’intera sala dedicata allo Skirball), India, Singapore, Cina, Dubai. La cronologia non è rigida ma rappresenta il filo conduttore di tutta la mostra, e quando si aggroviglia in un nodo la mostra ne guadagna.

“Global Citizen” inizia e termina con i progetti Habitat di Safdie. Letta da sinistra a destra, dall’ingresso all’uscita, inizia con la comunità modulare sperimentale del 1967 e termina con un ipotetico “Habitat del futuro”, appositamente creato per la mostra, in cui Safdie riprende in mano il progetto originale alla luce dell’evoluzione sociale, tecnologica e di contesto avvenuta da che il suo nome  è diventato familiare.

Ma la mostra si può leggere anche da destra a sinistra, e perfino a salti. Nell’arco narrativo di “Global Citizen” ci sono lacune sorprendenti e frasi lasciate a mezzo perché il visitatore le completi. Dopo tutto si tratta di capitoli non finiti di un libro ancora in corso di scrittura e la mostra ammette che, a dieci anni da qui, se ne potrebbero interpretare i contenuti in maniera diversa.

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La mostra, infatti, evita ogni deliberato ‘inizio, metà strada, fine’, e ha l’aspetto di un ritratto sincero: permette al visitatore di vedere più realisticamente i complicati rapporti tra opere differenti, il modo in cui le idee ritornano e si trasformano secondo un particolare progetto, il modo in cui le conversazioni sull’architettura si modellano secondo il luogo e la storia. Inoltre la mostra è una chiosa al fatto che l’evoluzione di un architetto non è semplicemente la dimensione della scala a cui lavora. “Global Citizen” spiana la strada ai progetti non costruiti, sottolineandone il significato nell’imprevedibile sequenza delle idee che in qualche modo si affollano sempre nel progetto più nuovo.

“Quando la fecondità del catalogo di un architetto copre oltre quattro decenni, racchiuderla in un’unica mostra diventa indubbiamente una questione di organizzazione intellettuale più che fisica. “Come faccio a farci entrare tutto?” è una domanda meno significativa di “Come tutto ciò sta insieme?”

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